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La Stampa

LEONE ALLA CARRIERA E STANDING OVATION AL MAESTRO DEL CINEMA VISIONARIO:
«IL REALISMO E’ UNA PRIGIONE»

Lynch:che vogliono dire i miei film?
Non lo so proprio, decidetelo da soli
.
7/9/2006
di Simonetta Robiony

Venezia

Con gli anni David Lynch, Leone d'oro alla carriera della Mostra di quest'anno, ha preso a somigliare a Peter O'Toole: le rughe, che arrivano per tutti, giovano all'uno e danneggiano l'altro. Autore di culto, amatissimo dai cinefili che lo festeggiano con applausi e gridolini, regista di film come The Elephant, Velluto blu, Cuore selvaggio, Una storia vera, Mulholland Drive, è arrivato al Lido con la sua ultima fatica Inland Empire, tre ore di durata e due anni e passa di lavorazione, un eterno fluire di immagini per cui più che alla logica occorre affidarsi all'analogia. Inutile chiedere spiegazioni sul film. Lynch non le fornisce all'esausto gruppo di cronisti costretto ad aprire la sua giornata guardando Inland Empire, titolo dal doppio significato: nome di un quartiere reale di Los Angeles ma anche modo con cui si può indicare la vastità del mondo interiore dentro di noi. Seguace da trent'anni della meditazione trascendentale che considera una benedizione e gli ha permesso di raggiungere la totale serenità, artista polivalente dedito a pittura, fotografia, musica e perfino ideazione di mobili per arredamento, ma tuttora sostenitore del cinema come forma d'arte che comprende tutte le altre, appassionato seguace delle riprese in digitale in quanto più veloci, più facili, più flessibili della vecchia pellicola che si deteriora e si perde facilmente, Lynch illustra con dovizia la filosofia dietro la sua opera odierna. E' la destrutturazione del linguaggio narrativo tradizionale. E' il flusso di coscienza che si fa immagini incatenate le une alle altre. E' la libera associazione psicoanalitica che diventa emozioni, suggerisce pensieri, stimola fremiti del cuore e della mente. O almeno dovrebbe. Con lui a Venezia, muti o quasi, Laura Dern, la bionda sua attrice feticcio, e Justin Theroux che pure ha già lavorato con lui.

Perché tra le tante forme d'arte continua a preferire il cinema?
«Possiede un linguaggio comune a noi esseri umani, un linguaggio che parla alla nostra intuizione. Tutti abbiamo la capacità di intuire come stanno le cose, ma non ce ne fidiamo e quindi la usiamo poco. E' un peccato».

Cos'è l'intuizione?
«Non so se la mia sia una definizione precisa: è l'integrazione tra intelletto e emozione. Quando queste nostre due facoltà si mettono insieme possiamo comprendere ciò che prima appariva incomprensibile».

Molto cinema contemporaneo documenta la realtà. Lei va in tutt’altra direzione parlando delle nostre paure, sensi di colpa, incubi, misteri: si sente fuori moda?
«No. Nel cinema c'è posto per tutti. Oggi il documentario, come il cinema di fiction che si ispira alla cronaca, gode di un buon momento perché molto c'è da dire sul presente. Ma non si deve pensare che sia il solo modo di girare un film, altrimenti si finisce per non osare, sentirsi prigionieri di un genere, vivere chiusi in una cassa con un chiavistello che non si può aprire».

Nel film a un certo punto compare un gruppo di persone con la testa di coniglio: che rappresentano?
«Decidetelo da soli. Ognuno può fornire la sua interpretazione. Del resto io stesso, quando giro, non so esattamente dove vado a finire. Certo, conosco quel che sto facendo in quel momento, così come i miei attori sanno ciò che devono fare. Ma ho l'impressione che il film mi porti dove vuole andare lui, come se fosse animato di vita propria».

Los Angeles, ancora una volta, fa da sfondo a un suo film.
«La amo. Io sono di Filadelfia e a Filadelfia è buio perfino d'estate. La prima volta che arrivai a Los Angeles erano le 11 di sera, eppure vidi un cielo luminoso, chiaro, di straordinaria purezza. E nel'aria c'era odore di gelsomino, un profumo che riporta al passato, ai vecchi film, alla gloria di certe pellicole in bianco e nero, al principio del cinematografo».

La gelosia, il tradimento, il peccato la ossessionano?
«No. Ciascuno di noi è responsabile delle proprie azioni. E ogni azione ha le sue conseguenze. E' questo, in fondo, che racconto. Una verità semplicissima».

Come sta il mondo, Lynch?
«Il mondo siamo noi. Se ci sentiamo carichi di energia, sereni, generosi, il mondo sta bene. Altrimenti no. Sta male».